di Pietro Clemente [*]
Tristezze
Mi rendo conto di essere tornato al modo di pensare dei miei 19-20 anni quando detestavo la monotonia della vita quotidiana (anche la mia naturalmente) che si ripeteva ignorando del tutto il mondo in guerra. Allora avevo idee radicali, pre-gramsciane e pre-politiche. Il mio nemico era la falsità borghese, l’ipocrisia dominante sul sesso, sul potere, sul valore delle persone, tutte cose che ritrovavo anche nella mia famiglia e dalla quale mi sono allontanato molto presto.
Oggi, come allora, sentire discorsi su cose banali della vita quotidiana mi rattrista. È come se le persone, me compreso, dicessero: «Che mi importa di Trump, tanto la vita continua», oppure «Che mi importa del cambiamento climatico, tanto io che ci posso fare?». Mi pare che in questo momento storico, non vi sia un pensiero collettivo sui grandi temi nonostante l’orrore di un mondo che procede per guerre e senza rispetto per le leggi e nonostante la drammatica crisi ambientale che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in questa lunga estate tropicale. Non vi è risposta, non vi è un respiro comune, una voce che faccia diventare un singolo parte di una comunità, di un popolo.
La TV è una radio
Ormai il telegiornale non ha bisogno di essere guardato: è diventato un radiogiornale. Ci propinano vecchie immagini di repertorio dove i politici indossano gli stessi abiti, attraversano le stesse vie, hanno le stesse espressioni. La Meloni può comparire indifferentemente in India o a Palazzo Chigi, può indossare il tailleur pantalone bianco, grigio o verde, ma c’è anche l’immagine col solo viso con lo sguardo rivolto verso il futuro, pronta a conquistarlo. Non c’è più un nesso tra tele e giornale e la diretta TV non esiste quasi più tanto che basta uno sfondo del luogo per dare l’idea di essere lì e di parlare in diretta.
Dalle notizie sul meteo alle decisioni del governo l’idea è di far finta che tutto vada bene. Si dice: “piogge nel Sud, meglio sulla Sardegna”. Quindi sarebbe “meglio” 38 gradi senza pioggia? E ancora “tempo stabile” detto di un’estate rovente o “bel tempo” detto del sole che ti squaglia. I meteorologi in divisa, ma anche quelli senza, hanno forse un vocabolario limitato e inadeguato ma comunque l’idea da trasmettere è che tutto va bene sia per il governo che per il turismo.
I giornalisti incorrono spesso in errori sui numeri, usano formule generiche e frasi fatte per indicare realtà politiche e militari complesse. I giornalisti inviati dal Libano o da Israele riportano piattamente le notizie, non fanno analisi degli avvenimenti, non ci raccontano gli scenari. Nello sport poi vengono menzionate – come sempre – solo le vittorie dell’Italia trascurando completamente i record degli altri Paesi. I giornalisti veri sono tutti lontani dalla RAI. Anche La7 non si salva. Crisi del giornalismo, crisi di una opinione pubblica progressiva come quella che con gran fatica si veniva formando negli anni ‘60 e ‘70. Crisi dunque della politica in generale e in particolare della sinistra che si esibisce ora purtroppo in uno show di candidature alla leadership che di certo non le gioverà.
Nei documenti ministeriali di indirizzo per l’insegnamento della storia sta scritto che noi italiani siamo l’eredità storica della cultura greca e romana. Non si fa menzione del Medioevo, non si parla del mondo arabo né tanto meno della Cina. Galileo sarebbe un erede dei romani. Incredibile. Forse qualcuno ricorda le proteste di Cardini, storico di destra ma anche assai libero nel pensiero, contro queste scelte del ministro.
Nel mezzo di tutta questa confusione storica, mi fa piacere citare il pensiero di uno studioso sardo (Bartolomeo Porcheddu) che sostiene che il latino viene dal sardo e non viceversa. Partendo da questo assunto, se ne deduce che la civiltà romana proviene da quella nuragica che, almeno questo è certo, l’ha anticipata. Forse una simile tesi potrebbe essere più plausibile che non quel che sta scritto nell’indirizzo del ministro, che è finalizzato a un nazionalismo arcaico, basato su ideologie fasulle.
Sono sorpreso che il Ministro Valditara, politico della Lega (benché abbia navigato in varie formazioni della destra), punti sull’unità dell’impero romano e non sulle civiltà preromane, e su quelle barbariche che hanno prodotto la sua Lombardia. Una tendenza che non può che ricordare la storiografia del fascismo.
È certo che discendiamo tutti dall’uomo africano, cosa che ci legittima a riconoscere come patrimonio comune quei tanti campioni italiani e italiane dello sport i cui antenati provengono dall’Africa e che vincono per l’Italia in questo torrido agosto
Per indicare la follia del colonialismo francese, Frantz Fanon – che fece i suoi studi da nero antillano, discendente da schiavi deportati, in una scuola di Fort-de-France – ricordava che nel suo libro di storia stava scritto: «I nostri antenati erano i galli». Lo stesso avverrà con le indicazioni di Valditara; ma per fortuna i sardi lotteranno contro questo destino, rivendicheranno la loro fiera realtà di fondatori del latino, e guideranno il coro delle regioni per avere il riconoscimento delle culture italiche preromane, dei Franchi, dei Longobardi, dei Vandali. Voglio ricordare che Valditara è laureato in Giurisprudenza con indirizzo in diritto romano per cui vedo, nelle sue indicazioni per la scuola un evidente abuso e sopravvalutazione del suo specialismo.
“7.000 scarpe da bambino, di quelle piccolissime, di quelle che potrebbero infilare bimbi da 0 a 5 anni”. È l’iniziativa di protesta dell’associazione Plant een Olijfboom contro la guerra a Gaza per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle vittime civili palestinesi che nella Striscia pagano il conto più devastante degli attacchi israeliani. Le scarpe hanno ricoperto la piazza principale a #Scheveningen, quartiere marittimo della città olandese dell’Aja, ma gli organizzatori replicano l’installazione periodicamente, costretti ad aumentare di volta in volta il numero di calzature. I bambini continuano a morire, ovunque; quei pochi che resteranno cosa potranno pensare dell’umanità.
Scrive Gad Lerner su Facebook: “Condivido il mio articolo uscito su Il Manifesto di sabato 1 agosto (Gli sciacalli e i migranti)”
«Oltrepassate le Colonne d’Ercole dell’inciviltà, sovreccitati dalle immagini dell’umanità derelitta che annaspava fra marosi e scogli di una frontiera proibita, i nostri governanti hanno reagito con l’istinto degli sciacalli. Sanno che al pubblico ammaestrato quei poveracci inermi, seminudi, epperò divenuti improvvisamente moltitudine, trasmettono senso del pericolo, di violazione della sfera domestica e patrimoniale, di un’apocalisse tale da sovrastare anche il diffuso turbamento per gli eventi climatici abnormi dell’estate 2026; eventi climatici di fronte ai quali i detentori del potere preferiscono ritrarsi e tacere. Più redditizio urlare all’invasione dei migranti e attaccare il governo socialista spagnolo che misurarsi con l’incombenza di una catastrofe ambientale.
Da maggio la temperatura supera i trenta gradi, il fuoco minaccia vaste regioni urbanizzate, ma è meglio che gli effetti percepibili del surriscaldamento restino confinati nell’inquietudine privata, senza assumere la dimensione politica del fallito sconfinamento da Ceuta: lembo di terra africana annesso alla Spagna e dunque europeo.
Titolo de La Stampa di ieri: “Ceuta, assalto all’Europa”. Il Messaggero: “Confini da difendere”. La Verità: “Spagna invasa dai marocchini”. Mentre Il Giornale spara a tutta pagina una foto di gente che nuota in vista della riva e intitola: “L’Italia che vuole il Pd”»
Ecco. Meno male che c’è Gad Lerner, mi dico ogni tanto. Il suo articolo merita di essere letto per intero. Quella massa di ragazzi che ha fatto irruzione a Ceuta sembrava – a vederla – la fine di una gara, una festa, l’avvio di un Rave Party. C’erano tracce di fierezza, di felicità. Ma un deputato di FdI ha visto in quei ragazzi solo migliaia di criminali. C’è proprio qualcosa che va storto nell’umanità.
Apriamo “Il Centro in periferia” con un testo di riflessione a tutto campo di Domenico Cersosimo, Invertire lo sguardo per decostruire il paradigma dominante. L’ampio sguardo, la capacità di connettere il passato e il futuro in una idea di transizione in cui accumulare nuove prospettive comuni ne fa un testo di base per il nostro CIP. Dentro il quale collocare il nostro frequente andare avanti a tentoni.
«Esistono molteplici modi di produrre ricchezza, organizzare la convivenza, costruire innovazione e generare benessere. Esistono territori che sfuggono alle classificazioni dominanti e comunità che elaborano risposte originali alle sfide contemporanee. Esistono, soprattutto, vasti campi di ricerca ancora poco esplorati.
L’inversione dello sguardo non offre risposte preconfezionate. Offre però una condizione indispensabile per trovarle: la disponibilità a guardare dove altri non guardano, a porre domande diverse e a mettere in discussione ciò che viene presentato come naturale, inevitabile o universale. È da qui che può iniziare la costruzione di una nuova grammatica del cambiamento».
Lo assumiamo come cornice di senso e linea di orizzonte dei ricchi e interessanti scritti che seguono.
Ornella Ricchiuto propone un esempio in cui «la periferia può essere osservata come laboratorio e incubatore comunitario di innovazione culturale». Ornella dà conto di una risposta di ‘restanza’ e di nuova centralità del paese basate su attività culturali, simboliche, rituali. Quelle meno tenute in conto dalla linea sociologico-economista degli studi sulle aree interne. La rilevanza di queste iniziative, a partire dalle prime esperienze di incontro dei piccoli paesi e dai primi studi, è invece notevole. È una coscienza di ritorno, di presidio che anima le attività ‘festive’, quelle che anche in queste pagine si mostrano non orientate all’immagine del ‘borgo’, né al generico richiamo del turista.
Il testo di Mancini dedicato a Monticchiello mostra il Teatro povero come una storia, nella storia della comunità, fatta di individui, progetti, linee critiche e teoriche, capace di iscriversi anche in vicende culturali nazionali a partire dalla scelta di fare teatro in piazza su temi di attualità per il paese e utilizzando gli abitanti come attori. Nei 60 anni trascorsi la comunità ha resistito soprattutto grazie a questo ‘asse’ del mondo locale. Intorno ad esso ci sono restanze e ritorni, dibattiti, pendolarismi, associazioni, una cooperativa di seconda e terza generazione. Anche nei significativi ritorni di giovani sulle terre e sui luoghi dei nonni, che animano nuove scelte dell’abitare, ci sono ragioni simboliche e affettive, prima che socio-economiche. Sono ‘forze’, queste, su cui investire per dare senso al ‘riabitare’.
L’iniziativa raccontata da Gianpaolo Francesconi di portare la ‘restanza’ a Pistoia e dibatterne davanti e con le ultime classi dei licei pistoiesi ha il senso di far immaginare ai giovani mondi possibili, a loro ignoti, mondi legati a radici anche lontane, e a immaginazioni morali ed economiche vicine. I giovani che nelle aree interne investono sull’allevamento partono spesso da valori legati al mondo naturale, non da conti economici.
Lo scritto a due mani dell’Ecomuseo del Casentino “Il futuro nasce dalle radici: giovani, mestieri antichi e innovazione sociale” di Andrea Rossi e Giuseppe Grasso ne è un esempio forte, quasi inimmaginabile con l’ottica urbana o meramente economica. Si tratta di corsi di pastorizia, iniziative di folklore e culture popolari, imprese legate a forme qualitative di allevamento.
Il termine di Paese laboratorio, usato da Ornella Ricchiuto per Ugento, si può certo applicare a Fiamignano; piccola comunità reatina molto presente nel nostro CIP. Settimio Adriani, con varie collaborazioni (collaborazioni che consentono di invertire vari sguardi), da tempo ci racconta della festa delle lenticchie a 1000 metri con produzioni qualitative di nicchia, dei ritorni, delle classi d’età, del vivere in 100 per un anno e in 10.000 d’estate. Ci ha aiutato a capire le dinamiche tra piccoli gruppi e associazioni; i modi diversi di ‘esserci’ o ‘non esserci’ dentro una comunità attiva aperta al futuro.
Fiamignano si offre a noi come un laboratorio nel senso che la loro attività apre spiragli ed orizzonti su cose che altri potrebbero fare, su problemi che altri potrebbero vivere. Notevole è il testo «La quiete dopo la tempesta» di Adriani e di Valentini. Si tratta di una riflessione che riguarda il momento in cui i ‘riabitatori temporanei’ vanno via dal paese a fine stagione Così come è assai ricco il contributo “Coltivare la restanza. Storie di vignaioli e di ritorno nei territori nella Sicilia contemporanea” di Gloria Di Miceli, che mostra il nesso tra ritorno come valore, e innovazione come condizione di ‘riabitare’, ma anche di interpretare i bisogni del presente.
Felice circostanza l’articolo “Verso una geografia dei saperi locali nelle aree interne italiane” di Sara Cavallo e Francesca Impej che segnala una nuova area metodologica degli studi geografici, perfettamente in sintonia con i temi de Il centro in periferia e di altri soggetti attivi nella ricerca e nelle pratiche. Nel testo si dà conto di un gruppo di ricerca che ha lavorato sul tema “Tradizioni, Arti e Mestieri”, pensando a questi aspetti come risorse del presente e non come arcaismi o pretesti identitari per il turista veloce.
Nell’articolo “Nomi nascosti, memorie vive. I soprannomi della Valle del Salto come archivio identitario: un progetto scolastico interdisciplinare nel Cicolano (Rieti)”, Settimio Adriani, Tamara De Gasperis e Viviana Ranucci entrano nel merito della rivitalizzazione di tratti culturali che restituiscono senso locale, una dimensione di ‘coscienza di luogo’ a comunità bruciate da anni di sentimenti filo-urbani e individualisti. E viene raccomandata la scuola come luogo centrale di queste attività. Non i greci e i romani, ma le culture locali, la loro storia, la profondità dei processi che hanno portato migliaia di piccoli comuni italiani ad avere storie inedite. Certo, molte storie cominceranno con gli Etruschi, i Romani, i Greci, per la pigrizia di non cominciare dall’abitare più remoto, la caccia e la raccolta, le pitture rupestri. Secondo me, far diventare i greci e i romani l’inizio e la fine della storia dell’Occidente – così plurale, screziata, ibrida, complessa, mobile – è davvero un atto di criminalità culturale.
Nel testo sul Teatro povero di Monticchiello, Mancini avvicina all’evento teatrale, come strategia per far vivere una comunità marginale, vari nomi di fondatori di questa idea e pratica teatrale. Che vanno dalle grandi tendenze del teatro del Novecento a singoli soggetti attivi che, mediando tra città e periferia, diventano portatori del seme che, seminato adeguatamente, darà frutti originali. Nel mondo dei piccoli centri che cercano di invertire lo sguardo, le pratiche e il senso comune, ci sono molti casi di neo-fondatori o forse ri-lanciatori di comunità: si tratta di fotografi, film-maker, qualche volta turisti, qualche volta invece ritornanti, che si sono fatti fermento e hanno attivato la memoria, indicato possibilità.
Nel numero 80 abbiamo ricordato (Fanelli) il tenace cofondatore di una comunità semiurbana legata alla terra. Altrove in queste pagine viene ricordato il ruolo che ha avuto Guccini e la sua scelta di tornare a Pavana, sia idealmente che fisicamente. Mancini connette la stessa pensabilità del Teatro locale di Monticchiello a Vito Pandolfi, un autore abbastanza dimenticato negli studi, e a Mario Guidotti, un funzionario del Parlamento con radici locali che ebbe la funzione di fondatore e fu capace di far crescere la pianta che poi la popolazione ha modificato adattandola a sé.
A queste figure di fondatori vorrei dedicare due righe, a Vito Pandolfi e al suo libretto Copioni da quattro soldi (1960). Pandolfi è stato per me un prezioso riferimento nei miei primi studi sul teatro popolare toscano. Di Pandolfi ricordo solo la prima riga di Wikipedia, perché significativa: Vito Pandolfi (Forte dei Marmi, 24 dicembre 1917 – Roma, 20 marzo 1974) è stato un critico teatrale e regista italiano. Registrato in anagrafe con il nome Ribelle Libero Bruno, si fece chiamare con il nome di suo padre, Vito, per tutta la vita.
Massimo Pirovano ci propone il ricordo di Gaetano Forni, agronomo e museografo, figura originale che connetteva vari mondi: la storia dell’agricoltura (quella tradizionale e un po’ saccente e poco sociale) con l’ecologia contemporanea, e la museografia più consueta da Istituti di agraria alla nuova stagione dei musei degli anni ‘70. Forni riusciva a mettere insieme anziani e giovani, essendo un anziano ma con spirito sempre giovane.
Il ricordo di Francesco Guccini ha dilagato su Facebook e sulle riviste in modo quasi unitario, manifestando una memoria affettuosa e riconoscente. Il testo di Filippo Barbera sul Manifesto, invece, nel cercare di inquadrarlo nella storia socio-economica del capitalismo degli ultimi 60 anni, lo ha un po’ appiattito in una dimensione chiusa nel passato.
Claudio Rosati ricorda il Guccini pistoiese. Tra i suoi tanti mondi, Guccini scelse da ultimo la montagna pistoiese, quella della nascita e dei nonni. Nel mio mondo di studi toscani Guccini era ricordato dai poeti estemporanei per un incontro da lui voluto presso l’università di Bologna con l’intento di valorizzare la cultura popolare. Ma egli fu generoso verso gli studi popolari toscani e pistoiesi, ed è così che lo conobbi nel 1988 nelle pagine del libro Nesi profumo di altri tempi di cui entrambi facemmo una prefazione e poi la presentazione. Quella fu l’unica volta in cui lo incontrai personalmente ed è per questo motivo che ho una copia del libro con una sua firma autografa. L’ho ascoltato molto, nei tempi in cui l’attività politica aveva un peso notevole per me ma non mi sono mai posto il problema di essere d’accordo con le sue canzoni. Tanto che, nella mia fase marxista-leninista, amavo tantissimo La locomotiva, forse una delle poche canzoni popolari alle quali il concetto di ‘epica’ si addice. Condividevo un’idea epica di un nuovo progetto di vita e dei suoi protagonisti proletari, ma sulle canzoni accoglievo emozioni più che la fedeltà al pensiero della classe.
Guccini costruì nello spazio della montagna pistoiese, insieme a Loriano Macchiavelli, una serie di romanzi gialli in cui il protagonista era un maresciallo della guardia forestale. Anche qui un lavoro di ambientazione nell’universo boschivo e nei paesi che ci stavano dentro, seguendo una grande tradizione legata alla montagna pistoiese, a partire dallo scritto di Niccolò Tommaseo su Beatrice, pastora e poetessa, ai racconti autobiografici di Tiziano Terzani. Mi è dispiaciuto che Guccini usasse dell’ironia nel racconto sugli Elfi del Gran Burrone, persone che da quasi 50 anni vivono con un’economia di sussistenza e uno stile relazionale di tipo giovani anni ‘70
Le sue Cronache epafaniche mi piacquero molto. Le sentii vicine ad altri testi come Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Il trattore ad Acquanegra di Gianni Bosio, La proprietaria del morto di Giuseppe Morandi, che sono monografie di paese viste in una chiave di storia soggettiva, autobiografica. Cronache epafaniche fu un testo che feci portare agli esami ai miei studenti dell’università di Siena.
La canzone che ho ascoltato di più è stata però L’avvelenata. Uscita nel 1976, ebbe un grande successo nel mondo dei giovani impegnati e soprattutto in quelli che non si riconoscevano nei gruppi marxisti e sentivano le difficoltà e le crisi del tempo. Aveva un sentore di condivisione, di crisi, di bilancio della vita. Collaboravo marginalmente con Radio Siena, allora, radio libera e voce della sinistra giovanile radicale. Ogni tre canzoni tornava L’avvelenata e le sue parole erano memorizzate e cantate da tanti. Fu il canto di una fase critica dolente, circondata da possibili colpi di stato e da preliminari di lotta armata (le Brigate Rosse sequestrarono il giudice Sossi nel 1974). Marcatrice di un’epoca.
Mi piace riportare qui sotto il suo famosissimo inizio:
Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni
Va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia
Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato
Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante
Mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più d’un cantante
Giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo
E un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta
Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa
Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia
Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi
Vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso…
‘Poesie’ di Guccini, forse prima ancora che canzoni. Roberto Veracini ci dà nella sezione Poeti in mostra, che chiude e spero chiuderà ancora a lungo i nostri CIP, alcune poesie di Giacomo Trinci.
Le leggo come promesse e come regali. Più volte mi ritrovo e mi perdo. Tra poesia e antropologia c’è una parentela difficile da dimostrare ma nitida.
“Basta una clava al margine di un fiore”.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Il titolo del testo è tratto da una poesia di Giacomo Trinci; vedi oltre, sezione Poeti in margine
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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.
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