di Ninni Ravazza
La tempesta da greco e tramontana si scatenò con tutte le sue forze quella lontana mattina d’inverno nell’anno 1526. Era febbraio e faceva freddo. Le quindici galeotte saracene alla fonda davanti alla spiaggia dorata di Santo Vito la Punta alzavano la prua davanti a quelle onde enormi che frangevano a bordo col rumore di una cascata. Capitani e schiavi cristiani alla catena erano pronti a salpare le ancore per fuggire ma dovevano aspettare i compagni che in quel mentre stavano saccheggiando la chiesa dedicata al santo giovinetto fuggito da Mazara del Vallo milletrecento anni prima per avere difeso la nascente fede cristiana e approdato qui sul Capo che allora si chiamava Egitarso e ora prende il suo nome [1].
Non se ne curavano i pirati turchi delle prediche del Santo, eppure avrebbero dovuto farlo per non finire come gli abitanti della vicina Conturrana sepolti da una frana per avere cacciato Vito e i suoi istitutori Modesto e Crescenza che cercavano di insegnargli la parola di Dio [2]. La chiesa era l’unica costruzione nel giro di miglia, a pochi metri dal mare sul quale loro imperversavano, indifesa e ricca di oggetti preziosi da rivendere e frutti da mangiare. Una preda troppo ghiotta per tornare indietro dopo settimane di navigazione, scendesse pure tutto il vento del dio cristiano, Allah li avrebbe protetti.
Invece non andò così, la tempesta affondò tutte le barche e annegò i marinai. La sabbia dorata dei fondali e della spiaggia diventò la loro tomba. A terra restarono in venti carichi di vasi e frutta rubati alla chiesa di cui avevano distrutto i portoni. Cosa fare in attesa che altre navi con la mezzaluna andassero a salvarli magari in cambio dei beni rapinati? Dal pianoro della chiesa si vedeva bene a ponente una torre cilindrica disabitata, la raggiunsero e ci si nascosero pregando Allah di venire in loro aiuto.
Arrivarono invece i militi spagnoli dal capoluogo San Giuliano e con loro contadini e pastori desiderosi di vendicarsi delle tante razzie subite negli anni lungo tutta la costa trapanese. I turchi si arresero per fame e divennero a loro volta schiavi dei cristiani. Per riparare i danni notevoli arrecati alla chiesa che da lì a poco avrebbe assunto la forma di fortezza, il Re di Spagna Carlo V autorizzò i Giurati di San Giuliano a vendere gli schiavi e impiegare i proventi per rifare porte e altari danneggiati. I venti turchi fruttarono 625 scudi e la notizia della disgraziata scorreria viaggiò veloce sul mare tanto da imporre per il futuro a tutti i pirati barbareschi il massimo rispetto per la chiesa di Santo Vito, alla quale portarono in dono vasi di olio e galli d’India.
Relitti con la carta d’identità
Nel giugno 1988 la Guardia di Finanza in collaborazione con la Soprintendenza recuperò sui fondali sabbiosi davanti alla spiaggia di San Vito i resti di un naufragio avvenuto nel XVI secolo: un grosso cannone in ferro, 11 cannoncini (“petriere da mascolo”), una spada con l’elsa d’argento, 5 archibugi, frammenti di paramezzale in legno, un barilotto di legno contenente palle di ferro, un pugnale e altro materiale ferroso [3]. Un patrimonio storico e archeologico poi sciaguratamente lasciato perdere (come vedremo in seguito). Individuare il periodo del naufragio fu semplice grazie alla precisa datazione delle armi in uso in quel secolo. Quello che nessuno forse si aspettava è che per una serie di fortunate coincidenze si sia potuto risalire all’anno dell’affondamento, proprio quel febbraio del 1526. Erano i resti della flotta barbaresca affondata davanti alla spiaggia, sotto gli occhi severi del Santo Vito che si era visto derubare e vilipendere dai turchi.
Diversi storici del Cinque e Seicento riportarono con dovizia di particolari la storia del naufragio e della vendita dei pirati resi schiavi. Il primo è stato l’erudito Giò Francesco Pugnatore nel 1595, che però si limitò a dare notizia dell’accaduto fra le tante altre cronache:
«Essendo nell’anno 1528 andate 15 galeotte di corsari a far acqua al capo di santo Vito […] mentre la ciurma quel servigio faceva, l’altra gente rapace spogliò in prima quel tempio di ciò che vi era, et appresso il profanò con ogni maniera di atti licenziosi. Ma innanzi ch’indi si partissero gli sopravvenne una così tempestosa fortuna che tutti i lor legni vi si rupper su ‘l lido, in modo che non ve ne restò alcuno d’intero»;
il cronista di fine XVI secolo sbaglia l’anno del naufragio (1526 e non ‘28) ma riporta correttamente la conclusione della disavventura: «… ritiratisi a salvar nella prossima torre […] poche ore dapoi fatti anco prigioni» [4].
Una corrispondenza puntuale che permette di stabilire con ottima approssimazione il periodo del naufragio si deve allo storico ericino Antonio Cordici (1586-1666). Il territorio di Santo Vito lo Capo ricadeva sotto il giuspatronato del Comune di San Giuliano (attuale Erice) e lo studioso locale scrisse una storia del Santuario di San Vito che resta un testo fondamentale per conoscere il passato del paese (verrà poi ripreso e in parte copiato dagli altri storici che si sono interessati del vasto territorio che andava dal Monte a Scopello, alle porte di Castellammare del Golfo). Cordici descrive l’assalto dei pirati al Santuario non ancora fortificato, l’affondamento delle galeotte turche, la fuga dei pirati rimasti a terra e il loro asserragliarsi all’interno di una torre vicina, ma rende lo scritto straordinariamente importante anche dal punto di vista archeologico riportando la lettera con la quale Carlo V autorizzava la vendita dei pirati quali schiavi per riparare i danni arrecati alla chiesa. La missiva oggi conservata negli archivi spagnoli di Simancas offre riscontri temporali sicuri:
«El Rey. Illustre Visorey y Capitan General. Por parte de los procuradores dela yglesia de sancto Vito dela Punta, en el territorio dela Tierra del Monte de San Julian […] da algun tiempo a esta parte por estar la dicha yglesia mui apartada de lugares poblados y convicino ala mar a done sun muchos calas, y abrigos para los cossarios enemigos de nuestra sancta fè catholica […] y ordenastes que todos los dichos turcos y moros fuessen vendidos, y el precio dellos dado alla yglesia para hazer las puertas y otras defensiones necesarias ala dicha yglesia o templo … Dada en Granata a XXX del mes de Iunio del 1526 …» [5].
La lettera viene consegnata a Palermo il 16 novembre dello stesso anno. Lo storico sanvitese Enzo Battaglia (1944-2023) propone la traduzione della lettera:
«Dai procuratori della Chiesa di Santo Vito della Punta, in questo Regno, ci è stato relazionato […] Proprio nei giorni scorsi, per un naufragio, una ciurma di Turchi e Mori assalirono le detta Chiesa e dal Monte San Giuliano accorsero alcune persone per ucciderli […] Ma essendo poi venuti altri Turchi, e Mori, le riabbatterono facendo cose peggiori e obbrobriose nella detta Chiesa […] così vi diciamo e vi ordiniamo che facciate in modo che tutto ciò del prezzo dei Mori o Turchi … si distribuisca per la detta Chiesa e si faccia in modo che quella sia riparata ed in maniera che si possa difendere dagli insulti dei detti Mori [... ] Data a Granata il 30 giugno del 1526. Io, il Re» [6].
In quell’anno erano state due, dunque, le incursioni saracene nella Chiesa e in ambedue i casi alcuni pirati vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi. Ecco come si è arrivati a individuare con precisione il periodo in cui avvennero i fatti. Per l’archeologia subacquea si tratta di una circostanza rarissima che avrebbe dovuto consigliare la migliore attenzione per i reperti. Così non è stato. Il detto trapanese “A cù afferra un turco è sò” a San Vito trova piena applicazione con la vendita, seppure per mano pubblica, di schiavi barbareschi senza il pagamento di alcuna tassa: «La soppressione della decima delle prede fatte in mare decretata dal viceré Colonna diede luogo, probabilmente, al detto popolare: Cu afferra …» [7].
Anche la individuazione certa e senza alcuna possibilità di errore della torre in cui si rifugiarono i pirati della seconda incursione consiglierebbe una fruizione pubblica del manufatto, ancora esistente e restaurato di recente. Neppure questo è stato fatto finora ma la possibilità di realizzare al suo interno un museo archeologico è tuttora concreta e in tal senso si sta muovendo l’Amministrazione comunale.
La torre in questione è il “Torrazzo”, struttura cilindrica costruita nel Quattrocento a difesa della primitiva Tonnara di Santo Vito che dal XIII secolo veniva calata dove oggi sorge il porto peschereccio. La inequivocabile individuazione della torre si deve al fatto che ai tempi del naufragio non erano state ancora realizzate le fortificazioni di guardia a difesa delle coste dagli attacchi pirateschi: le torri Jazzolino (Impiso), Sceri, Roccazzo, Isulidda furono costruite tra la fine del Cinquecento e l’inizio del secolo successivo, e anche la torre triangolare del Santuario fu aggiunta alla chiesa-fortezza solo intorno al 1570.
Del Torrazzo medievale parlano espressamente gli ingegneri militari Tiburzio Spannocchi (che lascia anche un suo accurato disegno) e Camillo Camilliani inviati in Sicilia per pianificare le difese costiere dell’isola: “torre della tonnara” (Spannocchi, arriva nel 1577); «si vede una tonnara con una torre assai commoda» (Camilliani, i sopralluoghi iniziano nel 1583). La torre è disabitata quando vi si nascondono i pirati, e questo conferma la sua funzione esclusiva di guardia alla tonnara, che in inverno non è attiva.
La storia e il plagio
Dopo Cordici altri storici ericini hanno riportato la disavventura dei pirati naufragati e delle altre scorrerie dei turchi sul territorio, ma tutti hanno in pratica copiato il primitivo scritto, a volte senza citare la fonte.
Vito Carvini (1644-1701) nel suo Breve relatione del famoso tempio di Santo Vito del Capo narra gli assalti dei pirati alla chiesa facendo non poca confusione e unificando le due incursioni del 1526:
«Giovò all’avanzo di queste fabbriche la valuta di venti Mori: poiché depredando ne’ nostri mari, e da procelle sbattuti diedero su le spiagge dell’Egitarso, che però da repentina ciurma invasi; benche procurato havessero vanamente lo scampo furono violentati à ritirarsi fra terra, finche al Tempio giunsero del nostro Santo, dove già entrati si posero in guardia, però dopo tre giorni fù d’uopo, che si rendessero, del che giulivi gli Ericini ne fecero gratissimo dono al Santo, ed ottenuta dal potentissimo Carlo V la facoltà sopraciò requisita per lettere date in Granata nell’anno 1526, s’impiegò il valore di scudi 625 in uso della nostra fabbrica di cui si ragiona …» [8].
Anche Carvini riporta la missiva del Re di Spagna copiando il testo di Cordici.
Giuseppe Castronovo (1814-1893) nel suo “Erice Sacra” dedica un capitolo alla chiesa di Santo Vito e alle incursioni dei pirati, ma neppure lui aggiunge alcunché di nuovo riprendendo i testi precedenti:
«Nel 1526 la chiesa di San Vito fu un’altra volta rapinata e profanata dalla ciurma di 15 galeotte moresche […] furono poscia battute da una tempesta. I turchi perciò stretti a ricoverarsi nel lido, si rafforzarono in una torre vicina; ma quella torre veniva espugnata, ed essi fatti schiavi”. La spesa necessaria per costruire la attuale fortezza attorno alla chiesa “ne ammontò a ventimila scudi, oltre a 625 ritratti dalla vendita di venti Turchi, per concessione di Carlo Quinto» [9].
Antonio Cordici dopo avere narrato gli assalti dei pirati nell’anno 1526 sottolinea come successivamente altri pirati, tra cui il temuto Dragut, abbiano smesso di depredare la chiesa per paura di ritorsioni divine e anzi si siano prodigati in regali e manifestazioni di timoroso rispetto:
«Avvenne anco che un brigantino corsale approdato a Cala Mancina lontana dalla Chiesa qualche miglio e mezzo le rubò la campana et certe tovaglie ma tre volte uscendo dalla cala departirsi il brigantino per tutte le tre volte fu dall’onde del mare nella stessa cala ributtato, di ciò meravigliandosi i turchi, dai cristiani schiavi che di sopra il vascello erano furono avvertiti che avveniva ciò per avere con loro le robe del Santo. Il Raisi che loro credeva restituì al tempio le cose tolte et raggiunse altre robe per placare il santo e di fatto questo gli fu concesso dal mare il potersi partire … cattivò anco un brigantino a Don Battista Giustino nel tempo che v’era cappellano trovatolo lontano dalla Chiesa, ma partitosi e giunto un miglio vicino a l’Ustica mostosi un temporale fu portato dal vento il brigantino altra volta a Cala Mancina dove si era partito, et trovatosi il ricatto si liberò … nè ho notizia c’abbiano i turchi molestato la chiesa che queste volte, ma piuttosto venerata e presentata da loro, Dragut corsale famoso le diede certa elemosina di oglio e così anche molti altri corsali; rappresentato molti anni si vide nella chiesa un vaso moresco che dicevano averlo i mori portato al Santo pieno di oglio nel 1570; i turchi corsali cattivano a Vito Polidoro che iva dal monte alla chiesa e dicendo egli a loro che era il bordonaro di Santo Vito lo misero in libertà al suo viaggio; vi giunsero due brigantini di turchi corsali l’anno 1592, allora era cappellano don Battista Giustino e da alberato una bandiera ha avuto il contrassegno di sopra la chiesa con alberarsi dai nostri altra bandiera, sbarcarono due turchi et venuti presentarono al santo dei vasi di oglio un barracane e un gallo d’India, il gallo l’aveva preso con una fregata trapanese carica di sale di Gian Gasparo Fardella il quale di là a pochi giorni è andato alla chiesa conobbe il suo gallo et se lo prese con pagarne il prezzo …» [10].
Carvini e Castronovo non fanno altro che ripetere nelle loro opere quanto scritto da Cordici, copiando il testo e se del caso sintetizzandolo (la stessa cosa avverrà per i tanti “miracoli” del Santo narrati dal primo e riportati pedissequamente dai due storici).
Il Santuario e i briganti
Il XIX secolo a San Vito lo Capo registra pochissimi episodi degni di nota. Il paese con le frazioni di Macari e Castelluzzo è appena nato dopo la censuazione delle terre demaniali e la concessione in enfiteusi di terreni agricoli e da pascolo al fine di favorire l’insediamento stabile di nuclei familiari [11]. A metà Ottocento, superate le 20 famiglie residenti, viene costruita la chiesa Maria SS. Immacolata a Castelluzzo e successivamente quella dedicata a San Giuseppe a Macari. Il cuore della religiosità resta però il Santuario di San Vito martire che il 10 giugno 1869 viene nuovamente depredato, stavolta non dai turchi ma dalla banda del brigante Pasquale Turriciano che porta via suppellettili, vasellame e cibo. Non è certa la partecipazione di Turriciano a questo fatto criminoso, ritenuto il più “clamoroso” della banda; i carabinieri che condussero le indagini erano convinti che la predazione fosse opera di alcuni componenti della banda aiutati da contadini del posto. Quasi tutti i banditi al seguito di Turriciano furono arrestati nell’autunno del ‘69 a opera di carabinieri e soldati del 10mo Reggimento; il capobanda venne ucciso in uno scontro a fuoco con i militari [12].
Scala “dei turchi”
Nel Novecento si registra un altro dannoso attacco al Santuario di San Vito, e questa volta non sono i pirati e neppure i briganti ma il parroco Carlo Tranchida che intorno al 1924 modificò l’accesso ai piani superiori distruggendo in parte il meraviglioso scalone in marmo di Conturrana (leggendaria località storica e misteriosa alle porte del paese), di cui oggi resta solo una rampa [13]. Un intervento sciagurato che ha privato il Santuario di un manufatto realizzato da operai specializzati con i marmi famosi del territorio. Personaggio particolare questo prete che per tanti anni guidò la parrocchia. A scorrere i diari della locale tonnara del Secco [14] appare più interessato agli affari che alle anime dei parrocchiani. Acquista tonni pescati, fa da tramite nella compravendita di terreni, offre garanzie in nome e per conto di terzi …
Il 22 maggio 1912 i Foderà proprietari della tonnara si rivolgono a lui per reclutare personale che possa ripulire i magazzini, e il sacerdote si impegna a fornirne otto. Il 7 giugno 1916 compra tre tonni per un peso complessivo di 183 chili e li paga una lira al chilo; l’11 giugno 1917 ne compra cinque che pesano 190 chili e li paga a 200 lire al quintale: appare poco credibile che abbia fatto tali acquisti per distribuire il pesce alla povera gente, ma per restare in tema religioso sappiamo che a pensar male si fa peccato …
Il 12 maggio 1918 l’amministratore della tonnara, Nenè Bergamini, annota sul diario del giorno: «Stamane dal Parroco Tranchida ho ricevuto per conto dei Sig.ri Venza la somma di £ 577 quale 1° semestre gabella terre Secco maturata a 30 Aprile 1918. L’istesso Padre Carlo mi ha confermato per conto dei Sig.ri Venza la gabella delle terre Secco (Zarbo di mare escluso) per 6 anni». Sacerdote imprenditore e mediatore, dunque, Carlo Tranchida, nonché distruttore di preziosi manufatti.
Cosa abbia combinato negli anni successivi il parroco non lo sappiamo perché mancano i Diari della tonnara del Secco per quasi tutti gli anni Venti, ma che sia rimasto a San Vito è certo perché il 10 maggio 1934 il nuovo proprietario e amministratore Giovannino Plaja annota che il de cuius intesse “un sermonetto” per padroni e tonnaroti davanti al baglio.
«Non verranno i pirati ad abbordare la nave, perché tutti i pirati andranno in fondo al mare» [15]
E i moderni pirati? Arrivano intorno a mezzogiorno a bordo di gommoni grandi e piccoli in genere super motorizzati o su maxi ciabatte galleggianti capaci di contenere cento e più persone, invadono le calette fino ad allora silenziose di Favignana, Levanzo, San Vito lo Capo e Zingaro, calano l’ancora alla buona e meglio sovente andando a sbattersi addosso, e invece di gridare Allah fanno partire la musica techno al massimo volume. La differenza sta tutta qui, l’invasione è altrettanto rumorosa e terrifica. I gabbiani fuggono, le foche monaco che stavano tornando a popolare la costa si guardano bene dall’avvicinarsi. Le casse acustiche amplificate al massimo scagliano le note di Calvin Harris [16] contro le rocce screziate dalla macchia mediterranea, centinaia di decibel rimbalzano sulle falesie coperte di lentisco. La pace del mare diventa un inferno di rumori che si accavallano.
I moderni pirati ballano e gridano pugni in alto, la birra scorre a fiumi e non sempre le bottiglie vuote vengono riportate a terra. I più moderati fanno il trenino cantando Disco Samba [17]. Le barche che avevano trascorso la notte alla fonda blandite dalla brezza di terra e dal canto delle Berte levano l’ancora e se ne vanno alla ricerca della pace perduta. Il mare diventa una enorme discoteca caotica. Questo da una quindicina di anni almeno. Dappertutto. Sembra che il mare sia stato declassato a girone infernale. Impossibile proseguire su questa strada, così in data 17 luglio 2025 il capo del circondario marittimo di Trapani, comandante Guglielmo Cassone, ha emesso un’ordinanza avente per oggetto “Contenimento dei fenomeni di diffusione sonora …” con la quale si vieta «l’utilizzo di strumenti di amplificazione sonora a bordo di qualsiasi tipo di unità da diporto» che navighi entro i 500 metri dalla costa. Il suo omologo del circondario marittimo di Mazara del Vallo ha emesso analoga ordinanza pochi giorni dopo.
I moderni pirati dovranno zittire la loro musica, pena pesanti sanzioni. I gabbiani potranno tornare a girare attorno alle barche in attesa di un pezzetto di pane lanciato a mare, le falesie a picco sul mare rimbomberanno delle grida delle Berte, anche se tutti sanno che non sarà semplice fare rispettare il divieto perché i pirati, come scrivevano gli ingegneri militari del XVI secolo, sono bravissimi a nascondersi nelle cale della costa («Cala Mancina dove li corsali spesse volte fanno longa stanza», Tiburzio Spannocchi; «Cala rossa, la qual dura lo spazio di mezzo miglio, dove potriano stare trenta galere», Camillo Camilliani).
Cannoni, manette e corsari istituzionali
A margine di queste narrazioni mi piace aggiungere una nota divertente. Quando il relitto saraceno di San Vito lo Capo venne individuato e parzialmente recuperato a Trapani eravamo in piena operazione “Mani pulite”: assessori comunali erano stati appena arrestati per storie di tangenti, e anche diversi impiegati erano nel mirino degli investigatori. Io allora ero un impiegato pubblico. Quando la Guardia di Finanza venne a prelevarmi sul posto di lavoro i colleghi si misero in agitazione perché pensarono a un mio coinvolgimento nei malaffari degli amministratori. Lì per lì anche io non sapevo cosa pensare. Il mio silenzio durato ore (non c’erano ancora i telefonini) rese la situazione ancora più tragica. Appena in auto invece i Finanzieri si sciolsero in un sorriso e mi invitarono ad andare a prendere l’attrezzatura subacquea perché c’era da fare uno scoop giornalistico. Sono il solo subacqueo ad aver partecipato al recupero di armi e munizioni del relitto dei pirati fotografando le diverse fasi, le immagini che pubblichiamo a commento di questo mio contributo sono dunque esclusive.
Aggiungo che purtroppo tutti i reperti su disposizione della Soprintendenza vennero portati al Baglio Anselmi di Marsala che già ospitava la famosa nave punica dello Stagnone ma non sono stati mai sottoposti a restauro conservativo: la spada con l’elsa in argento si è decomposta così come i barilotti di legno contenenti le palle di cannoncino, i cannoni sono rimasti a marcire tra i campi all’aria aperta e nessuno li può ammirare. Una testimonianza eccezionale è stata distrutta. I moderni pirati delle istituzioni (corsari invero, in quanto autorizzati dallo Stato) hanno depredato la memoria, privando peraltro il Comune di San Vito lo Capo di reperti che gli appartenevano per storia e leggenda.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] La agiografia vuole che Vito, giovinetto mazarese, fra III e IV secolo sia scappato via mare dalla sua città natale per fuggire alle persecuzioni contro i cristiani, accompagnato dalla nutrice Crescenza e dall’istitutore Modesto, approdando sulle coste dell’Egitarso, oggi Capo San Vito. La leggenda del viaggio è riportata da tutti gli storici che hanno scritto del Santuario di San Vito (Cordici, Carvini, Castronovo, Battaglia etc.); qui mi piace segnalare gli importanti volumi “Il tesoro del Santuario di San Vito lo Capo” e gli Atti del “Congresso Internazionale di Studi su San Vito ed il suo culto” citati in bibliografia.
[2] Anche la leggenda del paese pagano Conturrana, sepolto da una valanga per avere cacciato Vito e i suoi accompagnatori che cercavano di diffondere il credo cristiano, è riportata da tutti gli storici che si sono interessati alla vita del Santo (vedi nota 1).
[3] cfr. G. Purpura, Rinvenimenti sottomarini …: 176-179
[4] G. F. Pugnatore, Historia di Trapani: 154
[5] A. Cordici, Istoria della chiesa …: 199-200
[6] La traduzione del dispaccio del Re Carlo V riportato in spagnolo da Cordici e Carvini si trova in E. Battaglia: San Vito lo Capo ieri e oggi e Il Santuario di San Vito Martire
[7] Per una comprensione del detto siciliano cfr. G. Bonomo, Schiavi siciliani … , 38; il notaio-ricercatore G. Di Marzo nel suo Echi dialettali … ne illustra il significato: “certamente retaggio dell’epoca schiavistica barbaresca: il detto è rimasto come protesta contro certi atti di appropriazione indebita, o comunque di arbitrario arraffamento”: 454
[8] V. Carvini, Relatione …: 189-190
[9] G. Castronovo, Erice Sacra: 119-120
[10] A. Cordici, Istoria della chiesa …, 200-202; le cronache dei rapporti “amichevoli” con i pirati vengono riportate anche da Carvini (Relatione …, 199) e Castronovo (Erice …: 120).
[11] I terreni demaniali della Università di Monte San Giuliano vennero censiti a partire dal 1789 e successivamente affidati in enfiteusi a chi ne facesse richiesta: nascono così i centri di San Vito lo Capo, Castelluzzo e Macari (frazioni di Monte San Giuliano/Erice fino al 1952) che allora erano praticamente disabitati (a San Vito si recavano i pellegrini per chiedere grazie al Santo, a Castelluzzo e Macari pochi pastori e agricoltori): cfr. E. Battaglia, San Vito lo Capo ieri e oggi: 103-116.
[12] cfr. S. Costanza, La patria armata, cap. 3 “Ribelli e mafiosi nel tramonto del brigantaggio sociale”.
[13] cfr. E. Battaglia: Il Santuario di San Vito martire, 15; San Vito lo Capo ieri e oggi, 13-16
[14] Il sacerdote Carlo Tranchida è spesso nominato nei “diari” della tonnara del Secco pubblicati in N. Ravazza San Vito lo Capo e la sua tonnara, passim.
[15] Dentro gli occhi, brano musicale di Roberto Vecchioni – Ornella Vanoni (1982)
[16] Calvin Harris, disc jockey e cantante, è ritenuto il padre della Techno music.
[17] Il brano più usato per i balli di gruppo, in particolare i “trenini” di Capodanno (ma anche sulle barche ove c’è spazio).
Riferimenti bibliografici
Enzo BATTAGLIA, Il Santuario di San Vito Martire, 1975
Idem, San Vito lo Capo ieri e oggi, Comune di San Vito lo Capo 2002
Giuseppe BONOMO, Schiavi siciliani e pirati barbareschi, Flaccovio 1996
Camillo CAMILLIANI, Descrizione delle marine di tutto il regno di Sicilia con le guardie necessarie da cavallo e da piedi che vi si tengono, ms. del XVI secolo, una copia su pergamena del XVIII sec. è conservata presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana
Vito CARVINI, Breve relatione del famoso tempio di Santo Vito del Capo nel territorio della Città Eccelsa di Erice, hoggi Monte di S, Giuliano, 1687, ms. presso Biblioteca “V. Carvini” di Erice, qui in “Il <tesoro> del Santuario di San Vito lo Capo” a cura di A. Precopi Lombardo, Pietro Messana e Silvia Scarpulla, Meeting Point 2011
Giuseppe CASTRONOVO, Erice Sacra, 1861, ms. presso Biblioteca “V. Carvini” di Erice, qui nella edizione a cura di S. Denaro, Campo 2015
Antonio CORDICI, Istoria della chiesa di Santo Vito del Capo, 1624, ms. presso Biblioteca “V. Carvini” di Erice, qui in Angela Morabito, “Una seicentesca Istoria della Chiesa di Santo Vito del Capo con la vita e i miracoli del Santo” (“Congresso Internazionale di Studi su San Vito ed il suo culto – Atti”, Corrao 2004)
Salvatore COSTANZA, La patria armata, Istituto per la storia del Risorgimento italiano 1989
Giuseppe DI MARZO, Echi dialettali della vecchia Trapani, 1997 (ristampe aggiornate: 1999 – 2003)
Giò Francesco PUGNATORE, Historia di Trapani, 1595, ms. presso Biblioteca Fardelliana di Trapani, qui nella edizione a cura di S. Costanza, Corrao 1984
Gianfranco PURPURA, Rinvenimenti sottomarini nella Sicilia occidentale (1986 – 1989), in “Archeologia Subacquea”, Università della Tuscia 1993
Ninni RAVAZZA, San Vito lo Capo e la sua tonnara, Magenes 2017
Tiburzio SPANNOCCHI, Description de las marinas de todo el Reino de Sicilia …, ms. 1596, Biblioteca Nazionale di Madrid.
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Ninni Ravazza. Giornalista e scrittore, è stato subacqueo delle tonnare siciliane e sommozzatore corallaro. Ha organizzato convegni e mostre fotografiche sulla cultura del mare e i suoi protagonisti. Autore di saggi e romanzi, per l’Editore Magenes (Milano) ha scritto: Corallari (2004); Diario di tonnara (2005 e 2018); Il sale e il sangue. Storie di uomini e tonni (2007); Il mare e lo specchio. San Vito lo Capo, memorie dal Mediterraneo (2009); Sirene di Sicilia (2010; finalista al “Premio Sanremo Mare” 2011); Il mare era bellissimo. Di uomini, barche, pesci e altre cose (2013); Il Signore delle tonnare. Nino Castiglione (2014); San Vito lo Capo e la sua Tonnara. I Diari del Secco, una lunga storia d’amore (2017); Storie di Corallari (2019); L’occhio in cima all’albero (2022; finalista al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2023); Il Mozzo e l’Ammiraglio (2024, in finale al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2025) . Dal libro Diario di tonnara è stato tratto l’omonimo film diretto da Giovanni Zoppeddu, prodotto dall’Istituto Luce Cinecittà, in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2018, di cui l’Autore è protagonista e voce narrante. Tra gli altri suoi libri dedicati al mare: L’ultima muciara. Storia della tonnara di Bonagia (Trapani, 1999-2000-2004); La terra delle tonnare (Trapani, 2000); Il tonno fatato (Sassari, 2003); Un fiore dagli abissi. Il corallo: pesca, storia, economia, arte, leggenda (San Vito lo Capo, 2006); Pesca, stabilimenti e trasformazione del pescato in provincia di Trapani (Università di Bari, 2006); Epos, eros e thanatos. Il mondo immutabile della tonnara (Venezia, 2010); L’ultimo rais della tonnara Saline. Storia di Agostino Diana (Sassari, 2011); I Suoni del Lavoro. Canti e preghiere dei pescatori siciliani (San Vito lo Capo, 2012); Nicolino il pescatore (Palermo, 2018); I tonni, i cavalier, le feste, gli amori. Storia della tonnara di San Giuliano (Trapani, 2019); Rais. Una storia di mare (Trapani, 2020); Cianchino. L’isola delle illusioni (Roma, 2023, finalista al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2024). Ha vinto il Premio Nazionale di Giornalismo “Pippo Fava” (1987); il Premio Nazionale “Un video per un Museo” dell’HDS Italia (2001), sezione Mediterraneo, con il video “La tonnara nascosta”; il Premio Internazionale “Orizzonti Mediterranei” 2002 per il sito internet www.cosedimare.com; nel 2018 per il suo impegno in favore del mare gli è stato conferito il Premio Unesco.
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