di Alberto Giovanni Biuso
Eracle, il personaggio
Eracle ha navigato verso la terra del dolore ma è riuscito a tornare dall’Ade. Lo ha fatto appena in tempo per sottrarre la sposa Megàra e i tre figli alla violenza di Lico, usurpatore di Tebe, non più contrastato da Anfitrìone – padre di Eracle ma ormai anziano – e dai tebani, altrettanto vecchi e che possono solo ripetere che non desiderano fasti ma vorrebbero tornare alla loro gioiosa giovinezza. Impossibile desiderio.
Eracle uccide Lico poiché come sempre «un gusto c’è nella morte d’un uomo nemico / che paga il fio delle colpe commesse» [1]. Sembra che la ruota del dolore abbia girato ancora una volta ma quest’uomo quasi divino e tuttavia figlio di dolori senza fine non può sottrarsi alla vendetta di Era, l’implacabile, che non gli ha perdonato di essere frutto degli amori di Zeus con la mortale Alcmena. Era invia infatti Iρις – messaggera funesta – e Λύσσα – dea del furore – a immergere Eracle nella follia sino a indurlo a uccidere figli e moglie. Il canto lugubre e il pianto di Anfitrìone e dei tebani sigillano la tragedia.
Il titolo completo dell’opera è, significativamente, non un semplice Ἡρακλῆς ma, appunto, Ἡρακλῆς μαινόμενος, Eracle furioso, Eracle impazzito. C’è sempre infatti un dio che non tollera il trionfo di un umano, qualunque ne sia la ragione: o intrinseca – Eracle è appunto figlio di uno dei tanti amori umani di Zeus ed Era non lo sopporta – o data da eventi che scatenano l’invidia: Eracle riesce a tornare in tempo per salvare i figli e la moglie da morte imminente e sicura.
Quei figli e quella sposa ai quali, impazzito, sarà lui stesso a dare la morte dalla quale li aveva salvati.
Eracle, la violenza
Un’inemendabile violenza percorre la vicenda di Eracle dalla sua nascita e ancor prima. Una violenza che si esprime come giusta vendetta verso Lico, vendetta del tutto equa e naturale in quanto equo e naturale è «τοῖς φίλοις τ᾽ εἶναι φίλον / τά τ᾽ ἐχθρὰ μισεῖν: ἀλλὰ μὴ ‘πείγου λίαν. Essere amico ai cari e odiare i tuoi nemici» (vv. 585-586: 827). In questa naturalità della violenza i Greci erano tuttavia assai più etici di noi, dei moderni. Teseo dà infatti per scontato che «i ragazzi non sono mai coinvolti da una guerra: è chiaro che si tratta di ben altro» (ivi: 847). Nelle guerre del Novecento e del XXI secolo, invece, i bambini sono coinvolti totalmente. A Gaza tra il 2023 e il 2025 ne vengono massacrati a decine di migliaia. E la mattanza continua, tanto da sembrare destinata a finire soltanto con la morte o con la deportazione dell’ultimo bambino palestinese. Chi è più feroce? I Greci o noi?
Torniamo al mito: Eracle è il più grande degli eroi, le sue imprese vanno al di là dell’umano e del possibile. E tuttavia viene annientato come uno qualsiasi dei figli dell’uomo, viene colpito negli affetti più fondi, nell’onore, nella saggezza. In quale altro modo mai i Greci potevano esprimere la loro sapienza? Che si tratti dell’intervento di un dio o di τύχη-il caso o di Ἀνάγκη-Necessità, l’esito è l’Inevitabile che sta scritto nei gangli stessi della materia, nelle cellule della vita, nell’intrico degli eventi in cui «ἐξίσταται γὰρ πάντ᾽ ἀπ᾽ ἀλλήλων δίχα. Tutto si muta con vicenda alterna» (v. 104: 813), tutto si trasforma nel divenire, nel tempo.
Eracle, la necessità
Nella vicenda di Eracle, questo significa che «καὶ τοὺς σθένοντας γὰρ καθαιροῦσιν τύχαι. Sì, il destino annienta anche i più forti» (v. 1396).
E questo vuol dire, al di là del linguaggio e della prospettiva mitica, che il determinismo è, semplicemente, la verità del mondo. Pure chi lo nega fa parte di tale necessità.
È questa la convinzione anche dei due filosofi più greci che dopo i Greci ci siano stati: Spinoza e Nietzsche.
Due soli esempi, tra i tanti possibili:
«Ego eam rem liberam esse dico, quæ ex sola suæ naturæ necessitate existit, & agit; Coactam autem, quæ ab alio determinatur, ad existendum, & operandum certa, ac determinata ratione. Ex. gr. Deus, tametsi necessario, libere tamen existit. […] Vides igitur me libertatem non in libero decreto; sed in libera necessitate ponere.
Io dico libera quella cosa che esiste e agisce unicamente in virtù della necessità della sua natura; è invece coatta quella che è determinata da altro ad esistere e agire per una certa e determinata ragione. Per esempio, Dio, per quanto necessariamente, tuttavia esiste liberamente, giacché esiste unicamente in virtù della necessità della sua natura. […] Vedi dunque che io pongo la libertà non in un libero decreto ma in una libera necessità» [2].
«Principio fondamentale. […] Non vi è arbitrio, bensì tutto è assolutamente necessario: e la sorte dell’umanità è da lunghissimo tempo decisa, perché è già esistita eternamente. I nostri massimi sforzi e precauzioni appartengono intimamente al fato di tutte le cose; e così pure ogni stoltezza. Chi si smarrisce per questa idea è, con ciò stesso, egli pure fato. Contro il pensiero della necessità non vi è scampo» [3].
Eracle è uno dei testi greci nei quali con maggiore chiarezza la necessità e il determinismo sconfiggono ogni pretesa umana e ogni potenza divina. Nessuno si oppone al divenire degli eventi poiché nessuno si può opporre. «ὃ χρὴ γὰρ οὐδεὶς μὴ χρεὼν θήσει ποτέ. Nessun uomo potrà mai fare in modo che ciò che deve non debba accadere» (v. 311: 818); «Non c’è nessuno che sfugga alla sorte, non un mortale, non un dio, se è vero quanto si legge nei poeti» (ivi: 852). La prima affermazione è di Megàra – sposa di Eracle –, la seconda è di Teseo, il suo più che fraterno amico.
Eracle, il morire e la ὕβρις
Eracle viene punito non solo e non tanto per l’ennesima gelosia di Era – questo è necessario per l’andamento della trama – ma perché è l’umano che più si è avvicinato a sconfiggere la morte. E questo è accaduto per due volte. Una a favore del suo amico Admeto, uomo indubbiamente fortunato. L’eroe, in transito durante le sue fatiche, si ferma nella casa di Admeto e a lui, amico fraterno, il re non ha voluto rivelare l’identità della defunta che è stata da poco salutata – Alcesti, moglie di Admeto –, in modo che Eracle possa gustare senza afflizione l’ospitalità che riceve. Quando scopre sino a qual punto si è spinto l’affetto dell’amico, Eracle si reca nell’Ade, lotta con la morte e restituisce Alcesti al marito.
Ecco, questo va oltre πέρας, questo va oltre i limiti che sono stati stabiliti da sempre e per sempre nei confronti di tutto ciò che è vivente, questa è la ὕβρις di Eracle, la sua tracotanza, che non può non avere delle conseguenze ed essere punita, come ogni volta accade all’arroganza di qualunque mortale. Quella di Eracle è dunque la metafora, l’epitome e l’emblema di ogni possibile tracotanza umana, di ogni sogno, progetto, intenzione di trasformare i limiti temporali di ogni ente, evento e processo in qualcosa destinato a non finire mai, a elevarsi ogni volta dal gorgo potente del tempo.
Uno dei movimenti tecnofili del nostro tempo è espressione assai chiara di tale ὕβρις. Si tratta dei movimenti definiti estropiani i quali ritengono che la necessità della morte sia un pregiudizio, da loro stigmatizzato con la definizione di mortalismo, termine evidentemente esemplato sui modelli di ‘maschilismo, razzismo, specismo’. Come tutti i pregiudizi, esso può e deve essere superato, in questo caso mediante due strategie: la prima è costituita dal progresso della medicina, che assume chiaramente il colorito della leggenda e del fanatismo, e della crioconservazione, la possibilità di conservare corpi ancora vivi nell’azoto liquido a basse temperature in modo da farli risorgere quando la medicina avrà trovato l’elisir dell’immortalità. La seconda strategia è l’abbandono della corporeità biologica, definita in modo sprezzante come materia umidiccia e decomposta, a favore della separazione della mente dal corpo, una mente dualistica che può essere trasportata su supporti hardware molto più resistenti del corpo protoplasmatico che attualmente siamo.
La condizione ontologica e metodologica per il raggiungimento di simili (impossibili) obiettivi è naturalmente l’ingresso delle autorità dentro i corpi, una invasione necessaria per velocizzare le pratiche di sostituzione della corporeità materica con degli ologrammi virtuali, che è la condizione ontologica di base dei protocolli tecnici transumanisti.
Inteso nella sua profondità, come deve essere inteso vista la portata del progetto, il transumanesimo è anch’esso, e soprattutto esso, una evidente forma di ὕβρις, fondata sulla volontà di espansione della soggettività umana «all’insegna di un’onnipotenza che è concessa soltanto agli Dei; e neanche agli Dei, perché tutto è dominato dalla legge cosmica di Moira, Colei che assegna le parti, e di Ananke, la Necessità che tutto stringe nella sua morsa, e Themis, Colei che Dispone, alle quali neanche i Divini possono sottrarsi» [4].
Quando tale ὕβρις perviene all’eccesso di molti progetti contemporanei, le conseguenze possono risultare devastanti. Esse sono descritte nelle conseguenze che la tracotanza di Eracle produce e nel racconto dettagliato, accorato, terribile e inevitabile che il Nunzio formula della follia di Eracle e dei suoi effetti (vv. 922-1015: 839-841). Una descrizione perfetta nella varietà dei toni, nella sintesi, nella concitazione, nella distanza e nel moto. Una descrizione degli eventi che induce Eracle a esclamare, ormai distrutto: «φεῦ: / αὐτοῦ γενοίμην πέτρος ἀμνήμων κακῶν. Ah! Diventare un sasso…smemorare!» (v. 1397: 854).
Diventare un sasso. Un sasso è infatti entità più perfetta di qualunque vivente, un sasso è libero da ogni immaginabile soffrire, è libero da tutto questo orrore. È quanto esprime, nella sua opera mitica, nel suo linguaggio favoloso, anche Stefano D’Arrigo: «La roccia o il mare, una cosa sorda e refrattaria, qualcosa che non può soffrire perché non conosce sofferenza: né quella che lui dà agli altri né quella che gli altri dànno a lui» [5].
È senza dolore l’infinita μεταβολή, l’incessante trasformazione della materia, la quale splende ovunque e soltanto negli enti dotati di sensibilità e di pensiero diventa dolore. Il mondo in quanto tale, al di là dei viventi, è invece perfetto, è un’energia e un destino che accadono senza dolore. Il mondo è perfetto ovunque non ci sia nascita organica ma si dia la potenza senza dolore della materia e del tempo. Un sasso è libero dal dolore che nella vicenda di Eracle si raggruma. È ancora una volta dai Greci che impariamo questa sapienza.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Le citazioni dalla tragedia di Euripide Ἡρακλῆς μαινόμενος sono tratte dall’edizione dei Millenni Einaudi (Torino 2002), a cura di Anna Beltrametti e con traduzione di Filippo Maria Pontani. Viene sempre fornito, nel corpo del testo tra parentesi, il numero di pagina e, quando citato in greco, quello del verso. In questo caso la citazione si trova a p. 832.
[2] B. Spinoza, Epistola 58 S a G.H. Schuller (1674), in «Tutte le opere», a cura di A. Sangiacomo, Bompiani, Milano, 2011: 2110-2111.
[3] F.W. Nietzsche, Frammenti postumi 1884, in «Opere di Friedrich Nietzsche», volume VII/2, trad. di M. Montinari, Adelphi, Milano 1976: fr. 26 [82]: 154.
[4] A. Tonelli, Nel nome di Sophía. Un manifesto contro il transumanesimo, Agorà & Co., Sarzana-Lugano 2022: 15.
[5] S. D’Arrigo, Horcynus Orca, Rizzoli, Milano 2003: 638.
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Alberto Giovanni Biuso, professore ordinario di Filosofia teoretica nel Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, insegna Filosofia teoretica, Metafisica e Filosofia delle menti artificiali. Ha anche insegnato Epistemologia, Sociologia della cultura e Storia dell’estetica. È collaboratore, redattore e membro del Comitato scientifico di numerose riviste italiane ed europee. È direttore scientifico della rivista Vita pensata. Tema privilegiato della sua ricerca è il tempo, in particolare la relazione tra temporalità e metafisica. Altri temi di cui si occupa sono: la mente come dispositivo semantico; la vitalità del pensiero classico greco e romano; le strutture ontologiche delle intelligenze artificiali; la questione animale come luogo di superamento del paradigma umanistico. Il suo libro più recente è Logos. Scritti di estetica e letteratura (Mimesis, 2025). Il suo sito web è www.biuso.eu.
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